KLIK: realtà aumentata e riconoscimento facciale a portata di App

E’ stata di recente rilasciata da Face.com, piattaforma dedicata allo sviluppo di applicativi che sfruttano la tecnologia del riconoscimento facciale, l’applicazione KLIK per iPhone che fa compiere al nostro smartphone un ulteriore passo in avanti nell’augmented reality. Ormai è da tempo che qua e là fioccano funzionalità sempre più evolute di questo tipo di tecnologia, in programmi come iPhoto o in Facebook, che ci aiutano a gestire più velocemente i tag delle centinaia (se non migliaia) di foto che ormai facciamo e carichiamo online o archiviamo su computer. Quelli di Face.com hanno deciso di rendere ancora più facile e veloce il tutto facendo sì che il tagging possa avvenire in real-time. Come? Semplice, basta scaricare l’applicazione sul nostro iPhone, registrarci e collegarci all’account Facebook così che il software possa accedere a tutte le informazioni necessarie sui nostri amici. Bene, a questo punto abbiamo fatto quasi tutto quello che c’è da fare. Il passo successivo è quello di provare a scattare una foto e vedere cosa succede. Dal menu si accede alla fotocamera e possiamo utilizzare (se abbiamo un iPhone 4 o 4S) sia la camera posteriore che quella frontale e attivare il flash, manca invece una funzione di zoom. L’ideale sarebbe fare una prova con qualcuno dei nostri amici (presenti su Facebook), ma potete tranquillamente usare una loro foto stampata o aperta sul monitor. Inquadrate il soggetto (o  i soggetti se siete in gruppo o la foto è tale) e vedrete che l’app riconoscerà tutti i volti presenti nell’inquadratura e con una precisione quasi perfetta abbinerà il giusto nome ad ogni volto. Una volta fatto lo scatto, se il software dovesse aver taggato qualcuno col nome sbagliato, potrete sempre agire sui tag con le opzioni successive allo scatto. Ho fatto un po’ di prove e devo dire che l’applicazione non ha mai sbagliato tag, soltanto con alcuni volti che non sono fra i nostri amici può capitare che il software abbini il nome sbagliato (se c’è una somiglianza con qualcuno), altrimenti vedrete semplicemente spuntare un bel “?” sul volto in questione. Dopo lo scatto potremo appunto correggere gli eventuali tag sbagliati (o staggare qualcuno) e mettere un commento, localizzare o meno la foto (tramite Foursquare), scegliere fra un set di effetti per dare un tocco di stile all’immagine e infine decidere se condividere o meno la foto su Facebook, Twitter, inviarla via mail, lasciarla pubblica su KLIK o se conservarla solo nel nostro account. Tramite il geo-tag c’è una funzione Nearby per vedere le foto dei nostri amici su mappa.

Fenomenale nella sua semplicità.

Devo dire che da un lato mi ha colpito per la sua efficacia e in effetti può essere un modo utile per taggare tutte le foto che scattiamo senza bisogno di perdere tempo dopo, anche se ci sono ancora forti migliorie da fare: più opzioni di scatto (zoom, focus..) e integrazione dei tag in Facebook ad esempio. Però a mio avviso quello che è davvero interessante è questo evidente passo in avanti nella realtà aumentata che diventa sempre più qualcosa di trasparente, quotidiano, semplice e maneggiabile. Familiare. Che con internet, coi social media e tutte le tecnologie mobili molte cose stiano cambiando o siano già cambiate, è ormai assodato. Le innovazioni si susseguono sempre più velocemente ma spesso solo dopo un po’ di tempo alcune innovazioni diventano veramente utili, fruibili, percepibili e assorbite da tutti nella quotidianità.

Vedendo questa applicazione e il suo funzionamento, non ho potuto fare a meno di pensare come con Facebook (ormai trovo un po’ “vecchio” dire social networks e trovo più che mai azzeccato il titolo del film su Zuckerberg The Social network, perché quel The rappresenta un punto di arrivo dell’era dei social network che, almeno per ora, secondo me ha raggiunto l’apice così come si potrebbe definire Google IL motore di ricerca) siano cambiate le modalità di fare e mantenere le amicizie, nuove o vecchie che siano. Il riconosciuto limite del cervello umano (attuale) di gestire una “lista amici” di 150 persone circa è l’esempio più evidente, e quando cominciamo a collezionare 200, 500 o mille amici in Facebook diventa quantomai inevitabile, spesso, dover andare a dare una sbirciata per capire chi sia quella o quell’altra persona della quale stiamo vedendo un aggiornamento in home. Insomma in un mondo che si espande grazie a queste tecnologie aumentando le nostre possibilità a dismisura (mantenere rapporti costanti nel mondo fisico reale non è solo difficile con 500 persone, ma lo è già con le famose 150) abbiamo però un corpo fisico, un cervello, un sistema nervoso, che  hanno dei limiti. Per questo infatti già da molto tempo stanno comparendo sempre più software che ci vengono in aiuto per gestire tutta quella quantità di informazioni in più che abbiamo potenzialmente la possibilità di fruire. Dai feed rss e appositi lettori fino a.. beh, esempi come KLIK.

A volte capita di essere in giro per strada e ci sembra di riconoscere qualcuno che però non siamo sicuri chi sia, poi scopriamo che l’abbiamo visto in alcune foto di qualche amico di Facebook o che si tratta perfino di una di quelle -tante- persone con le quali a volte stringiamo amicizia (virtuale, in Facebook appunto) senza averci mai scambiato una parola o averla mai incontrata per davvero e della quale abbiamo sfogliato qualche foto. Ora, che KLIK sia o meno la soluzione o la direzione definitiva, non lo so, però è sicuramente un probabile passo nella direzione giusta perché si comporta esattamente come fa il nostro cervello: noi abbiamo un “database” di informazioni e memorie visive riguardo le nostre relazioni e amicizie che andiamo a ripescare quando vediamo una persona per capire di chi si tratta e riconoscerla (o capire che non la conosciamo). Quindi, se ci troviamo a gestire liste di centinaia di amici virtuali o virtualmente coltivati, perché non può un sistema virtuale, una tecnologia, venirci in soccorso agendo praticamente allo stesso modo? KLIK pone semplicemente un filtro in più al nostro sguardo naturale, collega direttamente la realtà fisica con la realtà virtuale del nostro account Facebook e delle amicizie che lì sono riposte (da noi, eh?, non è che ci sono finite per caso).

Quindi, se mi capita di essere seduto al tavolino di un bar in piazza a Milano e vedo seduta a un paio di tavoli più in là una persona che mi pare di riconoscere ma proprio non ricordo chi sia, potrei fare tre cose: sforzarmi inutilmente di capire di chi si tratti, aprire Facebook sul mio smartphone e sfogliare le magari 2.500 amicizie in cerca del volto giusto, infine, se ho KLIK, aprire l’applicazione, inquadrare questa persona e avere un riscontro quasi immediato su quella persona e vedere se la conosco. Oppure, se vogliamo dirla meglio, se fa parte delle nostre amicizie di Facebook. Se ad esempio si tratta di una ragazza che casualmente era nella stessa discoteca dove mi trovavo la sera prima e che avevo notato per qualche attimo, potrei non riuscire a ricordarmi questo dettaglio oppure semplicemente capire che, perlomeno, non è una persona della mia rete Facebook. A questo punto, qual’è la differenza tra sfogliare 2.500 contatti e alzare gli occhi dalle foto dei profili sul display al volto della persona in questione (senza probabilmente riuscire mai a trovarla per tempo) all’avere un’applicazione che sfoglia al posto mio quelle 2.500 amicizie in un tempo veramente breve? Nessuna, anche se già mi immagino gli isterismi che verranno fuori riguardo privacy e simili appena questa cosa si diffonderà (scordandosi tutti che -precisiamo- si fruiscono dati da noi condivisi, volontariamente, con persone che quindi hanno pieno accesso a quei dati e idem le applicazioni da questi usate). Se questa persona dovesse essere fra i nostri famosi 2.500 contatti e vedremmo quindi spuntare il tag sul suo volto e risalire al suo profilo Facebook… beh, lì starà a noi domandarci se alzarci e andare a salutare quella persona, oppure tornare a casa e mandarle un messaggio in chat dicendole “hey sai che oggi eravamo allo stesso bar in piazza??“. Poi, quale sia il senso di amicizie che ci spingerebbero a questa seconda soluzione, è tutta un’altra storia.

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